pedretta

Squame

Non gli era mai successo. Una cosa tremenda.
Carlo sposta la mano davanti agli occhi per passarsela dietro la nuca e con l’angolo dell’occhio, nell’ultimo momento in cui la sua visuale può registrare l’estremità dell’arto, la sua mano assume al suo sguardo un aspetto squamoso. Dita, torso, palmo, polso, tutti ricoperti da queste squame poligonali come la pelle di un serpente. Carlo si siede su una poltrona e respira profondamente. Deve essere il suo cervello che comincia a dare segni di squilibro.


Deve essere quella sbronza di due giorni dietro, forse l’alcol fa anche questi effetti, a scoppio ritardato: sono piccole sacche di sostanze etanoliche che si accasciano dormienti in qualche parte dell’ippocampo e poi di colpo si svegliano, scivolano nei tessuti e ti aggrediscono lasciandoti in preda a deliri visivi. Questa ipotesi non lo convince. è strana. Non è scientifica. Ma la testa è quella protuberanza mistica che teniamo penzoloni sul collo. E tutto può essere. Sarà quell’affastellarsi continuo di problemi che fa sì che Carlo cominci a registrare immagini sbagliate, che i suoi occhi prendano abbagli. Ma era così vivido… Piccole turgide squame angolose che come una scacchiera diagonale gli disegnavano la mano. è stato per un secondo, con l’ultimo battito di ciglia e con l’angolo dell’occhio mentre la sua mano si portava alla nuca: a volte grattarsi la testa porta emorragie emozionali. O sarà sua moglie quella puttana da cui si è lasciato da mesi ma che ancora vede quasi ogni giorno, nel bar di fronte, sempre un uomo di verso con cui cavalcare e sempre due paio di gambe che è un colpo alla gola. Okay. Respira. Carlo alza la mano e se la porge a dieci centimetri dagli occhi. Comincia lentamente a spostarla verso destra, il gomito immobile come un perno. Carlo segue con lo sguardo le sue cinque dita che si spostano e, mentre stanno per scomparire dietro la sua testa, vede. Vede le squame e si accorge che sono grigie e con sfumature verdastre, che fanno ribrezzo, che hanno la stessa corposità di pezzi di corteccia unta e sembrano pulsare di vita propria come elettrica e raccapricciante materia viva. Carlo abbassa lo sguardo di scatto, si infila la mano tra le cosce, stringe con forza insensata le palpebre. Non può essere. È ovvio che non può essere. Ci insegnano fin da bambini che non bisogna avere paura, che siamo tosti, che dobbiamo farci valere, che i mostri non esistono, che la vita è sacra, che la madonna si prega non la si bestemmia. Ma questa mano ha le squame. E Carlo suda e stringe i denti e si alza dalla poltrona. Va allo specchio nel suo piccolo bagno e si fronteggia, preoccupato. Non è vero non è vero non è vero. E’ un mantra dell’incoscienza. La realtà può essere una religione – bisogna crederci, continuamente, se no si sbanda. Ci somministrano continuamente cose che non sono vere, come le plastificate donne dello spettacolo o le ripetute ossessive stagionali notizie da tg, ma non bisogna credere a delle piccole squame pulsanti sulla tua mano. La prospettiva che nulla è vero è come uccidere l’albatros di Baudelaire, è come sputare sulla poesia, è come credere che non ci sia speranza, è uccidere le certezze, è non bere più coca-cola. Carlo quella mano la vede, ma la vede solo con l’angolo dell’occhio, di sfuggita. Quelle ritmiche e geometriche squame della sua mano sono veloci input di una realtà sconosciuta, sono il grido di un abisso a cui non ci si vuole affidare. Carlo si guarda allo specchio e il suo volto è normale, solo sudato più del solito e bianco certo, le rughe dell’angoscia sono un semplice rimando a depressione, gastroenterite, ascessi non curati, psicopatologie moderne, pazzia imminente, morte. Niente di che, tutto consueto, intollerabilmente familiare. Le rughe e gli occhi incavati sono solo i segnali della vita che strozza, di questo amplesso mal riuscito, di questa voglia di fuggire, di questo immergersi sempre più a fondo nel buio, dentro, invece che di scorgere la luce, fuori. Ma le squame, quelle, per un infinitesimale secondo attraverso un’estremità dell’occhio, quelle sono vere e palpabili, e in quell’attimo perdi la distanza da una realtà storpiata e te ne regali una parimenti allucinatoria ma in un certo senso più vera. Ma Carlo non sopporta questo, l’inverosimile palesato è uno shock che si distingue nettamente dall’inverosimile quotidiano di un’esistenza che è una catena di falsi impulsi condizionanti. Va bene la partita di calcio in tv e la tristezza di una pubblicità su un lassativo, vanno bene tutti quei desideri indotti inquartati tra auto sportive, succose labbra che ingoiano scroti, ambiti cibi ultraproteici e sagomati vestiti in voga. Ma le scaglie, quelle, sono insopportabili.Carlo abbassa lo sguardo e non ci pensa neanche a cercare di contemplare nuovamente la sua mano. è un’appendice del suo corpo così odiosa, ora. è come se avesse vita propria, la sente che respira, è una perfetta e aliena fetta di carne che non sente più sua. Gli sembra di sentire l’irritante fiato della sua mano mentre gli sospira parole che non si possono dire umane, ma parole più nuove. Carlo non ce la fa più, le lacrime gli colano da quegli occhi infossati, esce dal bagno, corre in cucina, c’è un coltello, dov’è, dove lo ha messo? Apre un cassetto, sposta un mobile con l’anca per la rabbia, ne apre un altro, si abbassa e scardina l’anta di un mobiletto. Non lo trova, dove lo ha messo? Rovista in un cassettone, sparge posate che rimbalzano in terra, estrae un trinciapollo, va bene, va bene anche quello.
Quella mano, non la deve più vedere. Non si sopporta quel che non si capisce. Arretriamo dinanzi un oblio di conoscenza anche se la nostra comprensione si basa solo su quel che ci dicono e quel che ci mostrano, camuffandolo, sfregiandolo, trasfigurandolo.
Carlo non può resistere a un altro sguardo alle sue squame, non può. Appoggia la mano sul ripiano della cucina , afferra questo attrezzo lucente, le lame come incurvate e lucenti forme geometriche di liberazione.
Oggi non vuole vedere più, Carlo. Oggi ha visto troppo.
E affonda.

 

Alessandro Pedretta

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