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Titanic Rising: nel mondo di Weyes Blood

Il quarto album di Weyes Blood è carico di nostalgia verso un presente in cui trovare qualcosa e qualcuno a cui aggrapparsi, e da cui partire alla rotta della felicità, diventa sempre più difficile. Una difficoltà che si manifesta come un’urgenza, avvertita da molti e raccontata in tanti modi dalla musica, ma che qui riesce a riscattare la sua possibile mancanza di originalità, trovando il caleidoscopio perfetto attraverso cui propagare la propria luce.

“A Lot’s Gonna Change” apre le danze con un ipnotica introduzione del solo piano, che si apre agli altri strumenti nel refrain Go back to a time when I was just a girl/ When I had the whole world/ Gently wrapped around me/ And no good thing could be taken away, segno di un mondo che si vorrebbe poter riabbracciare, e che chiama a sua volta, mostrando segnali di vita: Love is calling ripete il sensuale ritornello di “Andromeda”, che esplode improvvisamente solo pochi secondi dopo il finale sospeso della traccia precedente. La potenza tragica di questo secondo brano viene gestita sapientemente attraverso una parte ritmica che non muta mai, e viene impreziosito dai riff piangenti di slide guitar che rispondono ad ogni variazione melodica di rilevo della parte vocale, più che mai onirica e potente.

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Come detto, parliamo di un disco sul presente che nel suo immaginario paga un forte debito al passato: le influenze delle opere anni ’60 e ’70 che hanno gettato le basi per la fioritura del pop indipendente contemporaneo sono numerosissime e attraversano trasversalmente le tracce. Negli incisi di “Wild Time”, sintesi delle diverse atmosfere liriche e strumentali presenti nell’album, si fa sentire forte l’eco dei Love di “Forever Changes”; in “Everyday”, viene offerto il racconto di una quotidianità ispirata dagli ABBA; mentre “Picture Me Better” rappresenta l’intimità dell’unico pezzo in cui la chitarra acustica è assoluta protagonista di un immaginifico valzer a due, ripreso dall’alto, in bianco e nero.

Le due riprese, l’omonima del disco e “Nearer to Thee” vengono poste nei punti giusti della scaletta, sgravando l’ascoltatore da un possibile sovraccarico melodico, già ampiamente scongiurato dalle premesse con cui sono state realizzate le canzoni, tutte caratterizzate da scelte armoniche profondamente ragionate e mai banali. Qui vengono colti e reinterpretati alcuni dei temi più interessanti del disco, che sarebbe stato interessante vedere sviluppati più ampiamente, se si fosse voluti andare in una direzione artistica che avesse previsto una versione meno canonica della forma canzone. Ma il pregio del disco forse sta proprio qui: nell’opportunità di mantenersi snello, nel rifiuto di voler strafare, anche per quanto riguarda i testi. Le parole si si adagiano su un fondo di quotidianità, a tratti esasperatamente innocente, ma che alla fine dei conti combacia grandiosamente con le intenzioni sonore dell’opera.

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Ad un ascolto istintivo dell’album nella sua globalità, la sensazione che si percepisce è quella di essere portati a volte dove ci si aspetta, altre meno, ma sempre per vie sterrate, che si fanno scoscese solo quando necessario. Il ricamo armonico così preciso e originale porta a trattenere la giusta sobrietà anche nei passaggi di maggior trasporto, senza perdere in dinamica e guadagnando in credibilità, favorendo non poco l’immersione nell’ascolto.

Di dischi pop dalla volizione simile a quella di Titanic Rising, ne sono usciti parecchi negli ultimi mesi, ma Weyes Blood sembra aver fatto centro, collocandosi idealmente a metà strada tra due felici episodi recenti come “God’s Favourite Costumer” di Father John Misty e “Aviary” di Julia Holter e riuscendo a ritagliarsi il proprio spazio in una scena che si avvicina alla saturazione e che aldilà ogni possibile soluzione in fase di produzione, trova in Titanic Rising senso di esistere grazie a canzoni ben scritte, che fondono un’ispirazione semplice ed una messa in pratica complessa.

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