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Un gioco nostro

Lei entra in camera in modo prepotente, esclamando: “Salitipu!”
Senza scompormi, sollevo lo sguardo dal monitor del computer su cui sto scrivendo un racconto nuovo (dopo tanto tempo): “Crafollo,” rispondo.
Lei mi si avvicina, alzando la voce: “Gurubicchio!”
“Sassaco,” replico, girandomi a guardarla. Si sta togliendo l’accappatoio, rivelando la pelle nuda bianca come il latte e punteggiata di lentiggini che sembrano tanti spruzzi di caffè. Sorrido nell’imitazione di un sorriso lascivo che però non mi viene bene, lei sa benissimo che io so che questo è un momento in cui non devo toccarla, un rituale che è solo suo e che non deve essere disturbato a meno che non sia lei stessa a volerlo. “Nittioriscu,” mormora avvicinandosi e abbracciandomi da dietro.

Dal modo in cui si muove capisco che non è il momento rituale che mi aspettavo. Il suo corpo nudo si adagia al mio vestito. Abbandono la scrittura, già insoddisfatto di quello che sto scrivendo. “Paciuli,” sussurro, mentre comincio a baciarle il seno. Ribido. Tanetto. Santaschio. Babagicchi. Reletonno. Faffito. Manalascio. Coreppo. Vavaddo. Gulubembe. Sciscioio. Cantaspuppo. Chilivili. Querittio. Lulufo. Possiamo andare avanti un sacco a risponderci in questo modo, inventando parole che non esistono o che noi crediamo non esistere, ci restituisce un senso di tenerezza e di dimensione del gioco che fortifica il nostro rapporto a due. Gli altri ne sono esclusi, è solo nostro. La cosa bella è che capita per caso, senza nessuna anticipazione, può succedere in cucina mentre si prepara il pranzo o in doccia mentre ci sfreghiamo i corpi, in strada mentre si passeggia o addirittura quando il sonno sta per prendere il sopravvento e siamo sprofondati nei guanciali.
“Cilipopo.”
“Minestricco.”
“Tarabasulli.”
“Zizzorenno.”
“Olo.”
“No, Olo no! Hai perso!”
Sono vietate parole monosillabi, o sarebbe troppo facile. Può seguire una penitenza oppure no. Ho smesso di scrivere il racconto che stavo buttando giù con pigra dedizione. Alla fine mi sono reso conto di quanto somigliasse per trama e sviluppi ai Nove miliardi di nomi di Dio di Arthur C. Clarke, e non capisco neppure perché l’avevo cominciato, è un tipo di storie che mi sono lasciato dietro. Adesso preferisco cose
che non raccontano niente di sostanziale, solo impressioni e spunti, che chiunque potrebbe leggere e interpretare da sé, costruendo il suo intreccio personale.
Baboscio.
Sciolitisso.
Guanado.
Come i mostri che io e lei inventiamo, preferisco sintetizzare al massimo, lasciando che sia il suono stesso
delle parole a descrivere situazioni che altrimenti non riuscirei a inventare.
Chiotrido.
Canagnazzo.
Diolepididdo.
Pitobbia.
Talvolta litighiamo, fra le coppie succede. In quei momenti, mi prende la voglia di rispondere con tutta una serie di rumori e suoni e versi che non significano nulla ma che secondo me esprimerebbero meglio ciò che stiamo provando e vogliamo comunicare. Forse per lei è lo stesso, mi dico, ma nonostante ciò continuiamo a comunicare con quello che il dizionario ci ha insegnato. Nannopro. Come a dire “per la miseria”. Ieri un uomo mi ha apostrofato in malo modo perché secondo lui ho attraversato sulle strisce pedonali che c’era il semaforo rosso, come se avesse rischiato lui di rimanere schiacciato sotto la sua brutta macchina sportiva. “Cafugu!” gli ho gridato dietro. Lei era con me, ma invece di decapitare il tizio come mi aspettavo che avrebbe fatto, si è messa una mano davanti alla bocca e ha cominciato a ridere, a ridere. Uauapollo. Tienimenoso. Schaborzio. Un rumore alle nostre spalle. Un piccione si è schiantato contro un muro proprio mentre lei giocava il suo turno. Prima di morire, l’uccello ha gridato qualcosa di cui ci siamo appropriati, qualcosa che era come “Nienno!” Siamo usciti a fare un picnic. Il cielo è sgombro di nuvole, ma sembra che debba piovere da un momento all’altro. Ci sono tuoni, all’orizzonte. Giochiamo, come spesso succede. Ghigono. Trippiccio. Rubilesso. Pionto. Caccaquesso. Altri tuoni. Crescono sonoramente, annunciando un temporale estivo. Faffolo. Altro tuono. Lei nota divertita che c’è un tuono ogni volta che diciamo una delle nostre parole inventate. Vivitimo. Tuono. Sassoweso. Tuono. Diciamo “tuono” insieme dopo aver pronunciato ognuno la sua nuova bruttura, e comincio a provare una sensazione strana, che la parola tuono abbia meno senso di tutte quelle che abbiamo generato io e lei. Guardandomi intorno, vedo l’erba e gli alberi, e il cestino del picnic, e tutte le parole che rappresentano queste cose mi sembrano sciocche e inutili quanto quelle che stiamo figliando. I tuoni rotolano l’uno sull’altro sempre più persistenti, minacciosi, il cielo che si fa giallo e turbolento. Non ci muoviamo da dove siamo, non vogliamo smettere. Ogni parola inventata adesso è pronunciata ad alta voce,
con tono sempre più cupo, stregonesco. Ghienoseno. Furfurmale. Ballistro. Juneopanico. Xassaxone. Tyospero. Un tuono più forte di tutti scuote il creato. Il cielo si spacca e un lembo nero apre le nuvole, buttando un suono basso e offeso sulla terra. La pioggia non scende. Lei si alza in piedi, il mento in su, sfida le vette con occhi sbarrati e fieri e spaventati, si prepara a qualcosa. Io lo so, a cosa. Tutt’a un tratto abbiamo capito. L’attesa è finita. Lei dice la sua ultima parola e tutto viene giù.

 

David Chance Fragale

 

image credit ©Zach Collins

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