Vuoti che non si colmano nemmeno dopo ventidue anni: Sketches for My Sweetheart, the Drunk

Tra i vari dubbi esistenziali a cui è difficile, o forse impossibile, dare una soluzione, tra i primi posti per me c’è la morte di Jeff Buckley. Non sono mai riuscito a capire se sia stata sbagliata nei luoghi, nei modi, ma soprattutto nei tempi, o se sia invece stata la perfetta, ironica fine di un piano minuziosamente architettato da un’entità superiore, per non metter mai Jeff di fronte al fatidico secondo album.

Era il 29 Maggio 1997, e Jeff Buckley si immerse in un fiume a Memphis cantando Whole lotta love dei Led Zeppelin. Non tornò mai più su. Figlio di Tim Buckley, artista folk degli anni ’60 con una produzione vastissima, Jeff Buckley aveva pubblicato tre anni prima, nel 1994, il suo album d’esordio, Grace. Grace è un viaggio metafisico, un lavoro per il quale trovare le parole è un’impresa titanica. La voce di Jeff è angelica, raggiunge note vertiginosamente alte, che non ci crederesti mai se non vedessi i filmati dei concerti. E proprio la voce è il vero filo conduttore di un viaggio che parte con Mojo Pin, un disperato canto di disamore, e termina con Forget Her, un disarmante canto di arresa di fronte all’idea di dimenticare chi si ha amato, toccando nel mezzo cover di Leonard Cohen e Nina Simone, brani profondamente spirituali e arrangiamenti rock.

Il secondo album è per antonomasia la prova del nove di ogni artista. Si deve riuscire a dar continuità al primo lavoro senza cambiare troppo identità – cosa che si potrà fare dal terzo in poi – ma soprattutto si deve riuscire a dimostrare come il primo album non fosse un fuoco di paglia, una meteora destinata ad essere cancellata da ripetuti fallimenti che riempiranno le lineup dei vari concerti, a cui il pubblico sarà sempre meno. Ed è qui che spesso mi chiedo se la morte poco prima di pubblicare il secondo album non sia stata voluto da qualche divinità affetta da phtònos theòn, il timore degli dèi che gli umani possano avvicinarsi a loro, o forse una divinità compassionevole e misericordiosa ha voluto lasciare Grace come unico lavoro pubblicato, certificato di nascita ma al tempo stesso testamento.

Nessuno mi darà mai una risposta, ma non per questo smetterò di chiederlo. Un secondo album, postumo, è stato pubblicato, Sketches forMy Sweetheart, the Drunk. Una serie di demo dal percorso travagliato, tra recording sessions deludenti, licenziamenti di produttori – alla fine tornò Andy Wallace, il produttore di Grace, e concerti in cui il pubblico pareva recepire positivamente i nuovi brani. L’album contiene 20 sketches, demo con una produzione molto approssimata e in via di definizione. Rimane la voce di Jeff, e rimangono degli spunti che non furono mai colti, purtroppo.

L’album si apre con The Sky is a Landfill. Credo che uno dei momenti più emozionanti della mia vita sia stato a Novembre 2017, a Brooklyn, ad un concerto-tributo a Jeff Buckley in un locale nel mezzo di una strada deserta, dove c’era solo una pizzeria di quelle che mettono ogni tipo di pasta e salsa sulla pizza e un ristorante polacco. Al momento di The Sky is a Landfill, l’interprete raccontò che dopo il primo ascolto non capì se aveva appena ascoltato la cosa più bella della sua vita o la cosa più tremenda. Tutt’ora se lo chiede, disse, ma propende per la cosa più bella. The Sky is a Landfill, tra i venti pezzi, è senza dubbio quello più completo e definitivo. Per il resto, sembra che Jeff Buckley volesse provare ad allontanarsi dalla spiritualità di Grace, e provare a ritagliarsi una nicchia diversa. Ci sono meno chitarre elettriche e più basso e batteria, che significa poco perché di sicuro con il ritorno di Andy Wallace le produzioni sarebbero state diverse, ma le demo dei brani di Grace (come ad esempio la title track, pubblicata in You & I, raccolta postuma) presentano un tipo di sound più acustico, in cui la batteria è quasi totalmente assente. Qualche eccezione c’è, come Morning Theft, ballad cullata dalla voce di Jeff che sale e dà progressivamente forma al brano, accompagnato da un crescendo di chitarre che non esplode mai. Un’altra eccezione è You & I, unico brano del disco che richiama le sfumature intimiste presenti in Grace. Ricorda molto Corpus Christi Carol, la musica è spettrale e in secondo piano, mentre trionfa la voce che si distende e sembra connettersi con entità ultraterrene. Il filo conduttore del disco, oltre alla voce di Jeff, è la cassa che batte a tempo e scandisce il ritmo di brani come I knew we could be so happy (if we wanted to), Everybody here wants you, New Year’s Prayer Yard of Blond Girls.

Se Jeff Buckley, quella notte, non fosse annegato, avremmo un disco diverso. Meno brani, più curati, più completi. Potremmo sapere se la prova del secondo album sarebbe stata passata oppure no. Magari ce ne sarebbe stato un terzo, un quarto, un quinto, e Grace sarebbe sfumato nei ricordi fino a rintanarsi nelle memorie dei più attenti sofisticati. A prescindere da queste sliding doors, Sketches for My Sweetheart, the Drunk è una sentenza del fatto che c’era la voglia di andare avanti, ma di farlo con i tempi e con i modi che stavano bene a Jeff. Erano passati più di tre anni da Grace, e il disco ancora non aveva una forma. Lo sapeva bene che era una prova difficile, e per superarla bisognava ricorrere a tutta l’artiglieria. Ironia del destino, o semplicemente grande sfortuna, la morte di Jeff Buckley fa arrabbiare molto. Perché ha tolto tanta musica. Perché ha tolto una musica che non veniva composta per smania di ingrandire il repertorio, ma per una profonda, essenziale, ontologica istanza creativa. Ed è per questo che dopo ventidue anni, l’assenza lasciata da Jeff Buckley non si colma.

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